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EDITORIALE Settembre 2007
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Il coro... che stress!
Corista chiama, maestra risponde.

Cara direttrice, maestra ed... amica!
Da qualche tempo soffro di una rara quanto terrificante malattia, un illuminato professore svedese l'ha perfettamente definita come "l'implacabile stress del diligente corista "!
Pare che sia comune a moltissimi coristi di differenti nazionalità ed estrazione, ed è per questo motivo che ritengo debba essere portata all’attenzione dell'opinione pubblica! Di cosa si tratta? Beh.. giusto per fare qualche esempio:

Capita, che si stia cantando un brano intensissimo... il direttore incita a cantare con il cuore, a lasciarsi andare, a tirare fuori le emozioni... e tu, da diligente corista, obbedisci! Ecco che ci sei quasi... i freni si stanno allentando... la mente si libera.. la tua voce esce piena.. ti senti così bene che per un attimo chiudi gli occhi e .....……….. TAC!
Ecco che in quel momento il direttore, bontà sua, decide magari di dare una chiusura, tu ovviamente ti sei perso il gesto e nel giro di un nano secondo, tutto tace e la tua voce risuona forte e chiara come un megafono in mezzo al deserto. E tu pensi: ..bella figura di M!

Capita che tu abbia trascorso due ore di concerto, cantando su di una panca posta a due metri di altezza, senza alcuna protezione alle spalle…dietro di te hai il vuoto completo... e davanti, le luci che ti accecano! Le panche, in legno un po' marcio fissate alla bene e meglio dalla pro-loco di zona che con i suoi limitati mezzi ha deciso di permettersi il grande coro Gospel, ondeggiano insieme a te al ritmo della batteria. E così, mentre sei impegnato ad acciuffare note impossibili dell'ultimo brano messo in repertorio, la tua mente ripetutamente fa passare in sovrimpressione: non guardare di sotto! Non guardare di sotto! Non guardare di sotto! Nemmeno Indiana Jones dice più certe frasi! Al termine, scendi dalle panche fiero di te per aver resistito stoicamente e non aver ceduto alla tentazione di rimanere dietro le quinte durante la pausa tra il primo e il secondo tempo.......... e sapete cosa succede? Il direttore dice: “cavoli ragazzi, troppo spenti... troppo spenti.. ma insomma, dopo tanti anni non avete ancora imparato ad andare oltre??”
Oltre? Ti chiedi... Ma oltre dove, che se facevo un passo mi accartocciavo ai piedi del palco.

Poi, c'è lo studio a casa. Ore ed ore di esercizio davanti allo specchio per pronunciare correttamente le vocali. Perchè forse qualcuno non sa, che nel Gospel una "A", deve contenere un po’ di "O" e anche un po' di "E".
E così arrivi alle prove sperando che il direttore incroci il tuo sguardo, perchè ci tieni proprio a far vedere i tuoi brillanti progressi nell'uso della muscolatura facciale.! Ma ecco che ancora una volta, arriva l'onnipotente voce del direttore: "sorridete ragazzi, sorridete... ".
Ma tu hai mai provato a sorridere mentre pronunci una “A” che contiene una “O” che contiene una E?? Quello che esce è una irragionevole smorfia facciale degna di “The Mask” .
E così ti sorprendi a ragionare sul fatto che forse dovresti addestrare l'arcata sopraccigliare e le orecchie... giusto per dar soccorso agli zigomi, ormai sovraccarichi di mansioni!
E’ quello è il momento in cui cominci a pensare: forse è meglio che mi faccia curare.

Insomma cara direttrice... non mi fraintendere, tutto questo lo faccio con piacere, e forse ho esagerato un po’. Perchè se è vero che costa fatica, è altrettanto vero che far parte di un coro è un'esperienza unica ed impagabile. Non si può descrivere ciò che si prova nel sentire la medesima emozione che passa da un corpo all'altro, da una voce all'altra… per poi arrivare amplificata per 70 a chi è li per ascoltarti.
Però permettimi, almeno che non si sentano più dire frasi del tipo.. "E che sarà mai.. sei solo un corista".

Con affetto.
"Un" corista.

**** **** ****

Nel discorso del nostro amico corista, seppur un tantino romanzato, c'è molto di vero. E' innegabile che talvolta si guardi al ruolo del corista con sufficienza, quasi fosse semplice cantare in coro.
Capita soprattutto tra i non addetti ai lavori o tra chi, prendendo a mio avviso una grossa cantonata vive il proprio ruolo di corista come una specie di purgatorio da espiare prima di far qualcosa di meglio!

Alle audizioni capita di sentir dire frasi: il coro può essere una "buona palestra"! Beh, non è così! chiunque può essere un cattivo corista, ma ci va impegno e anche molta applicazione per essere un buon corista.

Quante splendide voci soliste cascano quando devono cantare in coro? Capita spesso, e questo proprio perchè il canto corale ha una sua specifica tecnica, e proprie peculiarità.
Non bastano 30 o 40 belle voci per fare un coro... servono 30 o 40 coristi.... due cose ben diverse.

La principale difficoltà dell'essere corista sta nel trovare il giusto equilibrio tra l'individualità e il far parte dell’insieme".. cosa non semplice! Un coro è composto di N. persone , ognuno con la propria personalità, le proprie caratteristiche vocali, il proprio modo di sentire la musica e di muoversi a suon di musica.

Se si dimenticasse completamente la propria individualità, il coro diventerebbe una massa di automi, la "voce" del coro perderebbe colore e perderebbe "colore" anche la performance.
Non gioverebbe neanche ai singoli che, quanto meno, si divertirebbero ben poco.

Ma, allo stesso tempo, se non si dosa correttamente la propria individualità, se ci si lascia troppo andare, se per mancanza di studio o magari per troppo ego, si permette a se stessi di primeggiare sul gruppo, allora il coro perde coesione e ciò che si vede dall'esterno non è più un "coro", ma un gruppo di persone che cantano insieme.

In che cosa si esplica praticamente questa continua ricerca di equilibrio tra singolo e gruppo?
Ad esempio nell'attenzione costante alla propria voce e a quella dei vicini, in modo da non sovrastare o allo stesso tempo da non essere sovrastati. Nell'attenzione al movimento, frenando i momenti di eccessivo entusiasmo o cercando di farsi spingere dalla forza del gruppo, nei momenti di maggiore stanchezza. Nell'attenzione continua verso il direttore, che con la sua gestualità conduce tutti i coristi verso la stessa direzione, verso un'intenzione comune.

Nel Gospel poi c'è la forte componente dell'improvvisazione; i brani spesso non hanno struttura fissa e così, in quei brani, l'attenzione deve essere maggiore perchè è facile perdere uniformità.

Insomma, un "orecchio" rivolto a se stessi e l'altro sempre rivolto ai compagni, nel rispetto della propria personalità ma sapendola mettere a servizio del gruppo! Senza dimenticare che in mezzo a tutte queste necessità tecniche, occorre anche riuscire a divertirsi e ad emozionarsi, altrimenti il tutto può risultare molto freddo! Beh... non poca cosa... tutto ciò richiede preparazione e anche una grande maturità.

Quando però si trova questo equilibrio, allora tutto diventa magico! Dal gruppo esce un'unica splendida voce che è l'unione, l'amalgama ma anche la sinergia delle singole voci e delle singole personalità che la compongono così come la luce è l'insieme di infiniti singoli colori.

Detto tutto ciò si intuisce come lo sforzo non sia da poco. Ed è anche per questo che a fine concerto si vedono spesso corpi avvinti dalla stanchezza che si abbandonano sulle panche della chiesa o del teatro in cui si è cantato. Questo è giusto sottolinearlo.

Ma il lavoro del corista non si esaurisce sul palco. Per raggiungere certi obbiettivi occorre un impegnativo lavoro individuale, che passa anche e soprattutto attraverso lo studio del proprio strumento vocale; cosa difficilissima visto che questo strumento non si può vedere, ne’ toccare. Poi c’è il lavoro sulla corretta amalgama dei singoli timbri, che sono i suoni attraverso i quali si esprime e traspare la propria personalità . E’ proprio il timbro il mezzo attraverso cui si comunicano le proprie emozioni e per comunicarle, ognuno dei coristi deve sentirsi libero di provarle e di viverle . E’ quindi importante che ogni corista abbia le idee chiare riguardo alle proprie potenzialità timbriche. Fondamentale importanza riveste poi lo studio della “gestione del palco”, un argomento spesso poco considerato ma senza il quale la performance perde di credibilita’ e di efficacia . Per una interpretazione veramente espressiva non bastano sorrisi o pronunce perfette, occorre sbloccare anche gli occhi, vero specchio dell’anima.
Un lavoro duro.. non c’è che dire.

Gli esempi portati dal nostro disperato corista fanno forse un po’ sorridere ma, epurati dal tono romanzesco, sono abbastanza chiarificatori di cosa significhi essere un corista.

E' anche vero che buona parte della fatica si supera con l'esperienza.
E così, vedo crescere i ragazzi di concerto in concerto. Alla prima "uscita" hanno il volto stranito di chi sta viaggiando su una giostra a tutta velocità... e poi, lentamente, i loro occhi acquisiscono la luce di chi riesce a sentirsi perfettamente parte del "tutto" quando la medesima emozione arriva "amplificata per 70, a chi in quel momento e li per ascoltarti".
Con affetto,
“Una” direttrice.

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