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Il coro... che stress!
Corista chiama, maestra risponde.
Cara direttrice, maestra ed... amica!
Da qualche tempo soffro di una rara quanto terrificante
malattia, un illuminato professore svedese l'ha perfettamente
definita come "l'implacabile stress del diligente corista
"!
Pare che sia comune a moltissimi coristi di differenti nazionalità
ed estrazione, ed è per questo motivo che ritengo debba
essere portata all’attenzione dell'opinione pubblica! Di
cosa si tratta? Beh.. giusto per fare qualche esempio:
Capita, che si stia cantando un brano intensissimo... il
direttore incita a cantare con il cuore, a lasciarsi andare,
a tirare fuori le emozioni... e tu, da diligente corista,
obbedisci! Ecco che ci sei quasi... i freni si stanno allentando...
la mente si libera.. la tua voce esce piena.. ti senti così
bene che per un attimo chiudi gli occhi e .....……….. TAC!
Ecco che in quel momento il direttore, bontà sua, decide
magari di dare una chiusura, tu ovviamente ti sei perso
il gesto e nel giro di un nano secondo, tutto tace e la
tua voce risuona forte e chiara come un megafono in mezzo
al deserto. E tu pensi: ..bella figura di M!
Capita che tu abbia trascorso due ore di concerto, cantando
su di una panca posta a due metri di altezza, senza alcuna
protezione alle spalle…dietro di te hai il vuoto completo...
e davanti, le luci che ti accecano! Le panche, in legno
un po' marcio fissate alla bene e meglio dalla pro-loco
di zona che con i suoi limitati mezzi ha deciso di permettersi
il grande coro Gospel, ondeggiano insieme a te al ritmo
della batteria. E così, mentre sei impegnato ad acciuffare
note impossibili dell'ultimo brano messo in repertorio,
la tua mente ripetutamente fa passare in sovrimpressione:
non guardare di sotto! Non guardare di sotto! Non guardare
di sotto! Nemmeno Indiana Jones dice più certe frasi! Al
termine, scendi dalle panche fiero di te per aver resistito
stoicamente e non aver ceduto alla tentazione di rimanere
dietro le quinte durante la pausa tra il primo e il secondo
tempo.......... e sapete cosa succede? Il direttore dice:
“cavoli ragazzi, troppo spenti... troppo spenti.. ma insomma,
dopo tanti anni non avete ancora imparato ad andare oltre??”
Oltre? Ti chiedi... Ma oltre dove, che se facevo un passo
mi accartocciavo ai piedi del palco.
Poi, c'è lo studio a casa. Ore ed ore di esercizio davanti
allo specchio per pronunciare correttamente le vocali. Perchè
forse qualcuno non sa, che nel Gospel una "A", deve contenere
un po’ di "O" e anche un po' di "E".
E così arrivi alle prove sperando che il direttore incroci
il tuo sguardo, perchè ci tieni proprio a far vedere i tuoi
brillanti progressi nell'uso della muscolatura facciale.!
Ma ecco che ancora una volta, arriva l'onnipotente voce
del direttore: "sorridete ragazzi, sorridete... ".
Ma tu hai mai provato a sorridere mentre pronunci una “A”
che contiene una “O” che contiene una E?? Quello che esce
è una irragionevole smorfia facciale degna di “The Mask”
.
E così ti sorprendi a ragionare sul fatto che forse dovresti
addestrare l'arcata sopraccigliare e le orecchie... giusto
per dar soccorso agli zigomi, ormai sovraccarichi di mansioni!
E’ quello è il momento in cui cominci a pensare: forse è
meglio che mi faccia curare.
Insomma cara direttrice... non mi fraintendere, tutto questo
lo faccio con piacere, e forse ho esagerato un po’. Perchè
se è vero che costa fatica, è altrettanto vero che far parte
di un coro è un'esperienza unica ed impagabile. Non si può
descrivere ciò che si prova nel sentire la medesima emozione
che passa da un corpo all'altro, da una voce all'altra…
per poi arrivare amplificata per 70 a chi è li per ascoltarti.
Però permettimi, almeno che non si sentano più dire frasi
del tipo.. "E che sarà mai.. sei solo un corista".
Con affetto.
"Un" corista.
**** **** ****
Nel discorso del nostro amico corista, seppur un tantino
romanzato, c'è molto di vero. E' innegabile che talvolta
si guardi al ruolo del corista con sufficienza, quasi fosse
semplice cantare in coro.
Capita soprattutto tra i non addetti ai lavori o tra chi,
prendendo a mio avviso una grossa cantonata vive il proprio
ruolo di corista come una specie di purgatorio da espiare
prima di far qualcosa di meglio!
Alle audizioni capita di sentir dire frasi: il coro può
essere una "buona palestra"! Beh, non è così! chiunque può
essere un cattivo corista, ma ci va impegno e anche molta
applicazione per essere un buon corista.
Quante splendide voci soliste cascano quando devono cantare
in coro? Capita spesso, e questo proprio perchè il canto
corale ha una sua specifica tecnica, e proprie peculiarità.
Non bastano 30 o 40 belle voci per fare un coro... servono
30 o 40 coristi.... due cose ben diverse.
La principale difficoltà dell'essere corista sta nel trovare
il giusto equilibrio tra l'individualità e il far parte
dell’insieme".. cosa non semplice! Un coro è composto di
N. persone , ognuno con la propria personalità, le proprie
caratteristiche vocali, il proprio modo di sentire la musica
e di muoversi a suon di musica.
Se si dimenticasse completamente la propria individualità,
il coro diventerebbe una massa di automi, la "voce" del
coro perderebbe colore e perderebbe "colore" anche la performance.
Non gioverebbe neanche ai singoli che, quanto meno, si divertirebbero
ben poco.
Ma, allo stesso tempo, se non si dosa correttamente la propria
individualità, se ci si lascia troppo andare, se per mancanza
di studio o magari per troppo ego, si permette a se stessi
di primeggiare sul gruppo, allora il coro perde coesione
e ciò che si vede dall'esterno non è più un "coro", ma un
gruppo di persone che cantano insieme.
In che cosa si esplica praticamente questa continua ricerca
di equilibrio tra singolo e gruppo?
Ad esempio nell'attenzione costante alla propria voce e
a quella dei vicini, in modo da non sovrastare o allo stesso
tempo da non essere sovrastati. Nell'attenzione al movimento,
frenando i momenti di eccessivo entusiasmo o cercando di
farsi spingere dalla forza del gruppo, nei momenti di maggiore
stanchezza. Nell'attenzione continua verso il direttore,
che con la sua gestualità conduce tutti i coristi verso
la stessa direzione, verso un'intenzione comune.
Nel Gospel poi c'è la forte componente dell'improvvisazione;
i brani spesso non hanno struttura fissa e così, in quei
brani, l'attenzione deve essere maggiore perchè è facile
perdere uniformità.
Insomma, un "orecchio" rivolto a se stessi e l'altro sempre
rivolto ai compagni, nel rispetto della propria personalità
ma sapendola mettere a servizio del gruppo! Senza dimenticare
che in mezzo a tutte queste necessità tecniche, occorre
anche riuscire a divertirsi e ad emozionarsi, altrimenti
il tutto può risultare molto freddo! Beh... non poca cosa...
tutto ciò richiede preparazione e anche una grande maturità.
Quando però si trova questo equilibrio, allora tutto diventa
magico! Dal gruppo esce un'unica splendida voce che è l'unione,
l'amalgama ma anche la sinergia delle singole voci e delle
singole personalità che la compongono così come la luce
è l'insieme di infiniti singoli colori.
Detto tutto ciò si intuisce come lo sforzo non sia da poco.
Ed è anche per questo che a fine concerto si vedono spesso
corpi avvinti dalla stanchezza che si abbandonano sulle
panche della chiesa o del teatro in cui si è cantato. Questo
è giusto sottolinearlo.
Ma il lavoro del corista non si esaurisce sul palco. Per
raggiungere certi obbiettivi occorre un impegnativo lavoro
individuale, che passa anche e soprattutto attraverso lo
studio del proprio strumento vocale; cosa difficilissima
visto che questo strumento non si può vedere, ne’ toccare.
Poi c’è il lavoro sulla corretta amalgama dei singoli timbri,
che sono i suoni attraverso i quali si esprime e traspare
la propria personalità . E’ proprio il timbro il mezzo attraverso
cui si comunicano le proprie emozioni e per comunicarle,
ognuno dei coristi deve sentirsi libero di provarle e di
viverle . E’ quindi importante che ogni corista abbia le
idee chiare riguardo alle proprie potenzialità timbriche.
Fondamentale importanza riveste poi lo studio della “gestione
del palco”, un argomento spesso poco considerato ma senza
il quale la performance perde di credibilita’ e di efficacia
. Per una interpretazione veramente espressiva non bastano
sorrisi o pronunce perfette, occorre sbloccare anche gli
occhi, vero specchio dell’anima.
Un lavoro duro.. non c’è che dire.
Gli esempi portati dal nostro disperato corista fanno forse
un po’ sorridere ma, epurati dal tono romanzesco, sono abbastanza
chiarificatori di cosa significhi essere un corista.
E' anche vero che buona parte della fatica si supera con
l'esperienza.
E così, vedo crescere i ragazzi di concerto in concerto.
Alla prima "uscita" hanno il volto stranito di chi sta viaggiando
su una giostra a tutta velocità... e poi, lentamente, i
loro occhi acquisiscono la luce di chi riesce a sentirsi
perfettamente parte del "tutto" quando la medesima emozione
arriva "amplificata per 70, a chi in quel momento e li per
ascoltarti".
Con affetto,
“Una” direttrice.
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