|
Il
Nostro Gospel non è uno Show
Trasmettere l’emozione di fare Gospel; arrivare
alle persone; coinvolgere la platea affinché smetta di essere
pubblico e diventi Assemblea. Questi gli obbiettivi che
abbiamo nella mente quando durante le prove o le riunioni
di direzione lavoriamo alla creazione della nostra performance.
Questi gli intenti che abbiamo nel cuore ogni volta in cui,
da dietro le quinte di un teatro, o dalla porta di una sacrestia,
spiamo la sala che si riempie in attesa del nostro spettacolo.
Il termine “Spettacolo”, in effetti, non
e’ totalmente appropriato, ma e’ efficace per far comprendere
che il nostro non è “solo” un concerto vocale. Il Free,
infatti, si propone con scelte sceniche differenti: il canto,
la danza, la proiezioni di video, gli abiti, le luci, tutto
concorre a creare la performance, tutto ci aiuta nel raggiungimento
dei nostri obbiettivi.
Per fare alcuni esempi: “Noi preghiamo con
il corpo e non solo con la voce”, ecco cosa diciamo quando
accompagniamo il canto con la danza. “Attraverso il canto
noi aneliamo alla libertà, così come facevo gli schiavi
afro americani qualche secolo fa”, ecco cosa diciamo quando
dal Gospel contemporaneo ci dirigiamo verso lo spiritual.
E poi, attraverso le immagini, le luci e il movimento, sottolineiamo
e rafforziamo le emozioni che proviamo nel cantare. Dunque,
non si tratta affatto di scelte estetiche fini a se stesse,
al contrario, la nostra è una ricerca continua verso la
traduzione scenica dei messaggi che intendiamo comunicare.
A dire il vero questi propositi non sono
sempre facili da raggiungere. Il pubblico, infatti, spesso
e’ impreparato di fronte ad una tale proposta e capita che
rimanga, per un istante, interdetto e stupito. Anche perché,
se è vero che la musica ha un linguaggio universale e che
spesso prescinde dalle parole per giungere sin dentro al
cuore, talvolta è complicato per un gruppo Gospel non di
colore, riuscire ad essere credibile agli occhi del pubblico
in così a poco tempo.
Occorre, dunque, una certa prontezza per
capire ogni volta quale sia la più appropriata chiave di
comunicazione, in modo da correggere lo spettacolo con quella
giusta dose di improvvisazione che permette di amalgamarsi
alla platea.
Ed è anche e per questo, oltre che per temperamento, che
non preparo mai a tavolino le presentazioni dei brani, lasciandomi
invece guidare dall’istinto e dalle sensazioni che il momento
mi suggerisce, e tessendo così, in modo sempre diverso,
il filo conduttore tra i vari brani proposti. Inoltre, la
possibilità di avere a disposizione una band di sei musicisti
che ci accompagna dal vivo, ci permette di lavorare sull’improvvisazione
dei brani aiutandoci a tradurre in realtà quell’esercizio
di “chiamata e risposta” tanto caro al Gospel tradizionale,
modo privilegiato per coinvolgere le persone facendole sentire
un’unica grande voce.
In effetti, questo vuole essere un concerto
del Free: uno “spettacolo” di “suono”, di “energia” di “volumi”
e di “movimento” ma al tempo stesso ricco di contenuti;
un’esperienza forte in cui ci si sente parte e non spettatore
silenzioso, dal quale si esce con le mani arrossate ed il
cuore emozionato, talvolta con gli occhi rossi e magari
con un sorriso in più. Questa à la nostra chiave per legare
insieme spettacolo e Gospel, performance e fede.
Torna
a FREEMAGAZINE
|