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Il Nostro Gospel
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EDITORIALE Gennaio 2007
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Il Nostro Gospel non è uno Show

Trasmettere l’emozione di fare Gospel; arrivare alle persone; coinvolgere la platea affinché smetta di essere pubblico e diventi Assemblea. Questi gli obbiettivi che abbiamo nella mente quando durante le prove o le riunioni di direzione lavoriamo alla creazione della nostra performance. Questi gli intenti che abbiamo nel cuore ogni volta in cui, da dietro le quinte di un teatro, o dalla porta di una sacrestia, spiamo la sala che si riempie in attesa del nostro spettacolo.

Il termine “Spettacolo”, in effetti, non e’ totalmente appropriato, ma e’ efficace per far comprendere che il nostro non è “solo” un concerto vocale. Il Free, infatti, si propone con scelte sceniche differenti: il canto, la danza, la proiezioni di video, gli abiti, le luci, tutto concorre a creare la performance, tutto ci aiuta nel raggiungimento dei nostri obbiettivi.

Per fare alcuni esempi: “Noi preghiamo con il corpo e non solo con la voce”, ecco cosa diciamo quando accompagniamo il canto con la danza. “Attraverso il canto noi aneliamo alla libertà, così come facevo gli schiavi afro americani qualche secolo fa”, ecco cosa diciamo quando dal Gospel contemporaneo ci dirigiamo verso lo spiritual. E poi, attraverso le immagini, le luci e il movimento, sottolineiamo e rafforziamo le emozioni che proviamo nel cantare. Dunque, non si tratta affatto di scelte estetiche fini a se stesse, al contrario, la nostra è una ricerca continua verso la traduzione scenica dei messaggi che intendiamo comunicare.

A dire il vero questi propositi non sono sempre facili da raggiungere. Il pubblico, infatti, spesso e’ impreparato di fronte ad una tale proposta e capita che rimanga, per un istante, interdetto e stupito. Anche perché, se è vero che la musica ha un linguaggio universale e che spesso prescinde dalle parole per giungere sin dentro al cuore, talvolta è complicato per un gruppo Gospel non di colore, riuscire ad essere credibile agli occhi del pubblico in così a poco tempo.

Occorre, dunque, una certa prontezza per capire ogni volta quale sia la più appropriata chiave di comunicazione, in modo da correggere lo spettacolo con quella giusta dose di improvvisazione che permette di amalgamarsi alla platea.
Ed è anche e per questo, oltre che per temperamento, che non preparo mai a tavolino le presentazioni dei brani, lasciandomi invece guidare dall’istinto e dalle sensazioni che il momento mi suggerisce, e tessendo così, in modo sempre diverso, il filo conduttore tra i vari brani proposti. Inoltre, la possibilità di avere a disposizione una band di sei musicisti che ci accompagna dal vivo, ci permette di lavorare sull’improvvisazione dei brani aiutandoci a tradurre in realtà quell’esercizio di “chiamata e risposta” tanto caro al Gospel tradizionale, modo privilegiato per coinvolgere le persone facendole sentire un’unica grande voce.

In effetti, questo vuole essere un concerto del Free: uno “spettacolo” di “suono”, di “energia” di “volumi” e di “movimento” ma al tempo stesso ricco di contenuti; un’esperienza forte in cui ci si sente parte e non spettatore silenzioso, dal quale si esce con le mani arrossate ed il cuore emozionato, talvolta con gli occhi rossi e magari con un sorriso in più. Questa à la nostra chiave per legare insieme spettacolo e Gospel, performance e fede.

 

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